Rocca Cinema Imola
Spencer
regia: Pablo Larraín
durata: 117'
Germania, 2021
mercoled√¨ 20 luglio 2022 21:30
Il Natale in cui Diana Spencer decise di mettere fine al suo matrimonio con Carlo.

C'era una volta in un Paese non troppo lontano una principessa che non voleva essere regina. Diana Spencer era una principessa rosa che voleva vestire di rosso o magari di giallo, mangiare hamburger, guidare fino a Sandringham, sognare un regno migliore. Aveva baciato un rospo che sarebbe diventato un principe ingrato. C'era una volta una Vigilia di Natale e poi un castello freddo da gelare il sangue e la principessa che cacciava i draghi e volava via.

Un brushing, uno sguardo, un destino, pensavamo di conoscere tutto di lei, del suo matrimonio, della sua fine tragica, a soli trentasei anni. Eppure Lady D. è inesauribile, la sua vita è dappertutto. Su Netflix nella nuova stagione di 'The Crown', a Broadway con 'Diana', un musical realizzato a porte chiuse e in piena crisi sanitaria, al cinema 'diretta' da Pablo Larraín. Ma non è la prima volta per lei sul grande schermo, la sua relazione turbolenta con il chirurgo Hasnat Khan era al centro del superfluo mélo di Oliver Hirschbiegel (''Diana - La storia segreta di Lady D''.). In 'Spencer' come in ''The Crown'' c'è invece tutto quello che ci affascina in Diana. Il tic tac di un orologio che evoca un disastro imminente. Il 'matrimonio del secolo' era fatto della materia delle favole, il seguito lo conosciamo: adulteri, bulimia, autolesionismo, tentativo di suicidio. Un incubo che nutre il mito secondo Larraín, che si concentra sul Natale del 1991, i tre giorni che convinsero Diana a mettere fine a undici anni di matrimonio combinato, mediatizzato, massacrato. ''Jackie'', ''Neruda'' e 'Spencer' non si somigliano ma condividono senz'altro l'arte di infiltrare la liturgia del biopic integrale e agiografico. Questa formula consiste soprattutto nell'interpretare una vita alla luce di un preciso momento storico (una settimana dopo l'assassinio di JFK per 'Jackie', la Vigilia di Natale del 1991 per Diana Spencer), nell'individuare un'istanza narrativa circostanziale (l'intervista per Jackie, la fuga per Neruda dopo un "J'accuse" al Senato nel 1948) e nella focalizzazione estrema sull'eroina o l'eroe. Come Natalie Portman prima di lei, Kristen Stewart è in tutti i piani. Come lei è in modalità mimetica. 'Spencer' è tutt'altro che un biopic, genere costituzionalmente promesso alla più grande banalità illustrativa. È l'inverso della favola, è il boccone amaro della torta, è una porzione della vita della Principessa di Galles, un brano di vita instabile, inafferrabile, perpetuamente ricomposto, cucito e scucito come le tende che la occultano ai giornalisti, spegnendo per sempre il sole. Ancora una volta l'autore cileno firma un film politico, di nuovo esplora l'esercizio del potere sul corpo ma questa volta il 'colpo di stato', lo 'choc' che fu pure Diana Spencer, non gli riesce. Il problema di 'Spencer' è soprattutto 'The Crown', la serie di Peter Morgan, così lontana dalla realtà che ha finito per andarci molto vicino. Morgan scrive la Storia a partire dalla materia umana e adesso è impossibile tornare indietro. A dispetto dello splendente dispiegamento formale o forse a causa di quel dispendio formale, 'Spencer' è un film freddo come la morte e come la sua protagonista, silhouette disarticolata che articola un inglese calcato. La Stewart, più sagoma gotica che principessa spezzata, imita le posture e l'accento dell'originale dimenticando che Diana Spencer era terribilmente umana. Il miracolo di Peter Morgan è stato proprio quello di rendere così umana la sua melanconia démodé, a cui faceva eco quella della famiglia reale e realmente disfunzionale. Se i Kennedy di 'Jackie' sono iscritti in una prospettiva idealizzata (la referenza alla leggenda arturiana), che non corrisponde evidentemente a quella che fu la loro realtà politica e familiare, la famiglia reale affonda in un rigore marziale. Per Jackie Kennedy lo stile è un affaire politico, per Diana Spencer gli abiti sono uniformi per andare in guerra o per posare in una foto di gruppo. In 'trance' come 'Ema', Kristen Stewart è una figura sovraesposta dal regista, un pallido disegno di donna a cui Larraín ha appiccicato un travestimento di troppo. La frammentazione narrativa questa volta non basta a far progredire il film e a incarnare i turbamenti della 'principessa di cuori', più marionetta che personaggio. Non è mai empatica la Diana di 'Spencer' e porta con sé una morale individualista. La principessa che viveva per gli altri, nel castello di Larraín vive solo per se stessa.